L’intelligenza artificiale riproduce il colonialismo sfruttando i dati indigeni senza il loro consenso?
I sistemi di intelligenza artificiale sfruttano sempre più le lingue, i dati biometrici, geospaziali ed ecologici dei popoli indigeni senza il loro consenso né una giusta compensazione. Questa pratica ricorda i metodi coloniali di estrazione delle risorse, ma questa volta in forma digitale. Mentre esistono regole severe per regolamentare l’uso delle risorse genetiche, come previsto dal Protocollo di Nagoya, nulla di paragonabile protegge le conoscenze indigene nel campo dell’IA. Le imprese e gli Stati traggono così profitto da queste conoscenze sotto la copertura dell’apertura dei dati e della neutralità scientifica, ignorando i diritti riconosciuti dalle Nazioni Unite.
L’estrazione dei dati indigeni da parte dell’IA assume diverse forme. Registrazioni di lingue minacciate, come il te reo Māori o l’ʻōlelo Hawaiʻi, sono state utilizzate senza autorizzazione per addestrare modelli di riconoscimento vocale. La sorveglianza biométrica colpisce in modo sproporzionato le comunità indigene, in particolare durante manifestazioni o movimenti di resistenza. Le mappe satellitari analizzate dall’IA rivelano siti sacri o risorse naturali, esponendo questi territori a intrusioni indesiderate. Infine, lo sfruttamento digitale dei dati ecologici consente di aggirare le protezioni tradizionali, come facevano un tempo i biopirati con le piante medicinali.
Queste pratiche non sono neutrali. Perpetuano una logica coloniale in cui le conoscenze indigene sono trattate come risorse libere di accesso. Eppure, per i popoli interessati, la lingua, i dati biometrici o le conoscenze ambientali non sono semplici insiemi di dati. Incarnano una cultura, un’identità e una relazione profonda con la terra. La loro appropriazione non consensuale aggrava le disuguaglianze e minaccia la sovranità delle comunità.
Di fronte a questa situazione, i quadri di governance indigeni, come i principi OCAP e CARE, propongono un’alternativa. OCAP afferma che le comunità devono controllare l’accesso, il possesso e l’uso dei propri dati. CARE insiste sull’importanza di un beneficio collettivo, di un’autorità di controllo, di una responsabilità condivisa e di un’etica rispettosa. Integrare questi principi in un meccanismo internazionale di accesso e condivisione dei benefici, ispirato al Protocollo di Nagoya, potrebbe obbligare gli sviluppatori di IA a negoziare con i detentori di queste conoscenze. Ciò significherebbe ottenere un consenso informato, definire termini equi e ridistribuire i benefici economici generati da queste tecnologie.
Un tale quadro giuridico trasformerebbe l’IA in uno strumento di giustizia piuttosto che di dominazione. Riconoscerebbe i popoli indigeni non come soggetti passivi, ma come partner a pieno titolo, in grado di decidere come i loro dati vengono utilizzati. Esempi concreti mostrano che questo approccio funziona. In Canada, accordi di condivisione dei benefici hanno già permesso a comunità di recuperare una parte dei profitti derivati dalle loro conoscenze tradizionali. In Nuova Zelanda, collaborazioni con aziende tecnologiche hanno portato a strumenti di riconoscimento vocale adattati alle lingue locali, sviluppati con e per le comunità interessate.
La posta in gioco è alta. Senza protezione, l’IA rischia di riprodurre i peggiori eccessi del colonialismo, digitalizzando lo sfruttamento dei popoli e dei loro territori. Ma con regole chiare e vincolanti, potrebbe invece diventare una leva per la rivitalizzazione culturale e il riconoscimento dei diritti indigeni. La tecnologia non è una fatalità: il suo impatto dipende dalle scelte che facciamo oggi.
Documentation et sources
Document de référence
DOI : https://doi.org/10.1007/s00146-026-02931-z
Titre : Preventing AI extractivism: the case for braiding indigenous data justice with ABS for stronger AI data governance
Revue : AI & SOCIETY
Éditeur : Springer Science and Business Media LLC
Auteurs : Maria Schulz; Jordan Loewen-Colón